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Funzionalisti e narratologi
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Linsegnamento delle lingue ha visto alternarsi, nel corso
degli anni, spinte innovatrici e ritorni, seppur sporadici, alla
tradizione;
tradizione che in Italia affonda le proprie radici nel lontano 1923,
ministro
dellistruzione Gentile, promotore dellomonima riforma. Mutato
limpianto
generale dei cicli scolastici, da quella riforma la scuola ha ereditato
e conservati immutati i programmi, almeno per quanto inerente al triennio
della scuola secondaria. Il mondo scolastico ha iniziato a recepire
rilevanti
istanze di rinnovamento solo alla fine degli anni Settanta quando si è
posto
laccento sulla necessità di elaborare una didattica orientata
allapprendimento
di competenze: nel 1979 venivano varati I programmi per la scuola media,
ma solo nel 1992 vedevano la luce i Programmi e piani di studio per il
biennio,
a cura della nota commissione ministeriale presieduta pro tempore
dallon.
Beniamino Brocca. Le quattro abilità dellascoltare, parlare, leggere e
scrivere fanno ormai parte di un curricolo di insegnamento/apprendimento
pluriennale; unulteriore suddivisione della disciplina nei tre settori
delle suddette abilità linguistiche, della riflessione sulla lingua e
delleducazione
letteraria, precisa che al vertice dell'acquisizione degli strumenti
linguistici
si pone la letteratura, come esperienza culturale generale. Secondo Remo
Ceserani (Iter, I-2001) il recupero della storicità del testo
letterario
nega la destoricizzazione sistematica delle opere dellimmaginario,
frutto
di un compromesso tra i puristi dellanalisi linguistica e i nostalgici
della letteratura come fatto estetico universale, per cui si conviene
su uno studio canonico di alcune opere come campionatura di modelli
linguistici
e paradigma retorico narrativo: sempre presenti Manzoni, Verga e Calvino.
La critica di Ceserani non cade a sproposito: da anni è in corso un
dibattito
sullinsegnamento delle lingue, che investe anche i mass-media, e
sullinsegnamento
dellitaliano come prima nonché come lingua 2 (data la presenza crescente
di studenti non di madre lingua). In occasione del convegno tenuto a
Stresa
nel marzo 99, organizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione -
Commissione
Nazionale Educazione Interculturale, con il titolo La lingua italiana
nella
scuola multiculturale, Duccio Demetrio (Uni-MI), nelle conclusioni
pedagogiche,
ha sottolineato come oggi nella scuola si scontrino due posizioni
pedagogiche:
la posizione che vede il linguaggio dal solo punto di vista funzionalista
(e che quindi accorda maggiore valore alla struttura sintattica e
all'efficacia)
e la posizione - che ha definito narratologica - che sottolinea
prioritariamente
l'aspetto semantico, la reciprocità che elabora senso e significato. A
che
serve infatti imparare una lingua straniera ? Una lingua seconda ? Serve,
ha risposto Demetrio, per raccontare sé agli altri, per costruire e
raccontare
storie, per ascoltare le storie degli altri. In questa prospettiva la
lingua
implica come elemento strutturale una reciprocità narrativa che è in se
stessa interculturale. E' incontro tra individui, è disponibilità alla
relazione,
al comprendersi e al comprendere. E' l'inizio di una storia nuova
costruita
assieme (Tosolini). È auspicabile, tanto per la madre lingua che per la
lingua 2, una linea di indirizzo in equilibrio tra funzionalismo e
narratologia,
essendo entrambe le posizioni valide laddove se ne enucleino
opportunamente
metodologie e finalità: come raccontare con efficacia se stessi senza
una minima padronanza linguistica? Calvino, un geniale narratore,
vagheggiava
una lingua icasticamente precisa che arginasse il dilagare della
comunicazione
visiva, tipica dei media elettrici, nel terzo millennio. È noto peraltro
che l'articolazione dei tre settori dellitaliano sia solo sulla carta,
che la riflessione sulla lingua sia stata per lo più recepita
semplicemente
come grammatica, che le abilità linguistiche monopolizzino il biennio,
che
la narratologia (i.e. analisi testuale) sacrifichi il piacere di leggere.
Non è del tutto da scartare lipotesi di uneducazione anarchica al
piacere
della lettura, con opportuno rinvio dellapproccio scientifico agli studi
universitari; metodologia sperimentata con discreto successo da chi
scrive,
come si dirà in seguito. A questo proposito si legga lopinione di
Antonio
Tabucchi (Commissione dei saggi): Scoraggiare il più possibile
l'applicazione
à la lettre di certe metodologie critiche alle quali i ragazzi sono
sottoposti,
perché partendo da un livello alto (che so : Propp o Todorov) sono
degradate
a schemi meccanici in molte antologie scolastiche. Cosicché i ragazzi
imparano
che Renzo Tramaglino o Sancho Panza sono degli attanti ma non hanno
nessuna
idea della psicologia e della personalità di quei personaggi. Poiché la
scuola italiana non ha mai utilizzato una explication de texte alla
francese
o un criterio filosofico alla tedesca, che si utilizzi un metodo che può
sembrare vecchio, ma che è sensato, grazie al quale il prof. spiega che
l'Azzeccagarbugli è un piccolo imbroglione, Don Abbondio un vigliacco e
Renzo un buonomo. Almeno i ragazzi entreranno in possesso di sommarie
categorie
di ordine etico, psicologico, comportamentale ecc. per giudicare i
personaggi
della letteratura e dunque le tipologie umane. Se poi arriveranno alla
Facoltà
di Lettere avranno modo di imparare la narratologia e altre metodologie
critiche moderne in modo più serio e più approfondito.
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Curricoli e competenze
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Leducazione linguistica assume carattere trasversale in quanto
le abilità di base rivestono un ruolo strumentale per i bisogni cognitivi
dello studente verso ogni disciplina ed è perciò fondamentale adottare
unidonea
politica di programmazione collegiale. È proprio in questo ambito che si
sviluppa appieno il concetto di autonomia didattica: la libertà
dinsegnamento
è sancita dallart. 34 della Costituzione; la professionalità docente si
realizza però soprattutto nel momento organizzativo-relazionale, in cui
è possibile elaborare idonee strategie per linsegnamento/apprendimento,
nel quadro locale dei bisogni formativi dellutenza e nellosservanza di
determinati parametri, elaborati da appositi organi (CEDE) a livello
nazionale.
Questultimo aspetto, del quale non si darà che un breve cenno, è di
vitale
importanza: non si dimentichi che lautonomia scolastica (ma in realtà
ogni
autonomia) si perfeziona solo allinterno di un apparato istituzionale
forte e centralizzato, ma allo stesso tempo snello e capace di coordinare
i vari livelli del decentramento. Alla certificazione delle competenze è
legata infatti lineludibile omologia dei criteri di valutazione delle
conoscenze,
competenze e abilità acquisite dallallievo.
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È certo che il passaggio dai programmi tradizionali alla programmazione(1)
abbia lasciato margine a numerose questioni, alcune delle quali tuttora
aperte. La valutazione non investe solo le competenze
tecnico-professionali
del singolo docente, come si è appena detto; di metodologia, strategie e
strumenti, come del resto di finalità e obiettivi, si è parlato a lungo
e in maniera esauriente. I contenuti sono il vero nodo epistemologico: in
una società in cui lintero conoscibile raddoppia ogni cinque anni, non
ha gran senso trasmettere una porzione infinitesima di quelle conoscenze
senzaltro. Per questo si parla ormai di competenza, saper fare, e di
sapere
per fare: lo studente dovrà far propri gli strumenti che gli
consentiranno
di stare al passo con lavanzare incessante dello scibile umano, in una
dialettica di formazione permanente; ciò non implica peraltro
lazzeramento
di ogni sapere disciplinare a favore di tecnologie alla moda, si tratta
bensì di enucleare i concetti fondamentali o nuclei fondanti allinterno
di ciascuna disciplina.
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