Inferno, canto I
Selva oscura. Introduzione a tutta l'opera, il canto è imperniato sul timore dell'autore (narratore interno di primo grado) di smarrirsi nella selva, allegoria del peccato, e dalla consapevolezza di non farcela con le sole proprie forze. I simboli del peccato gli si parano infatti davanti, impedendogli l'ascesa al colle: lonza (lussuria, Firenze), leone (violenza, Francia), lupa (cupidigia, papato); quest'ultimo animale rappresenta l'opportunismo politico della chiesa (s'ammoglia) o anche: la cupidigia come radice di tutti i mali. Il veltro: D. medesimo (feltro del berretto dei dioscuri nella costellazione dei Gemelli, sotto la quale è nato); Guido da Montefeltro, Cangrande, Uguccione della Faggiuola...
Inferno, canto III Celestino V
Caronte, porta dell'Inferno: pusillanimi; corrono nudi dietro un'insegna punti da vespe e mosconi.
«Sanza infamia e sanza lodo», Celestino V, papa del gran rifiuto che permise l'ascesa del simoniaco usurpatore Benedetto Caetani. Virgilio e D. traghettati da Caronte («vuolsi così colà dove si puote...») sull'altra sponda dell'Acheronte; «A te si convien più lieve legno»: motivo del traghettamento --> angelo nocchiero (più discreto di Caronte).
Un terremoto squassa le viscere della terra e D. perde i sensi... (forse per lo spavento?).
Inferno, canto V Francesca
Minosse, Cerchio secondo: lussuriosi (incontinenti); travolti dalla bufera infernale che mai non resta.
Con l'incontro di Francesca da Polenta-Rimini D. si allontana delle istanze stilnovistiche. Gli amanti profani sono peccatori secondo la teologia dantesca, così la letteratura che ne è ispirata o che li ispira (Galehaut, tramite amoroso tra Lancelot e Genève è metonimicamente il libro, cioè l'autore). Ma D., che non ha ancora raggiunto il «som de l'escalina», commosso rovina a terra tramortito; apprende poi da Virgilio i tre gradi del peccato infernale: incontinenza, violenza, frode.
Inferno, canto VI Ciacco
Cerbero, Cerchio terzo: golosi, sommersi dal fango sotto una «piova» puzzolente, dilaniati dal cane a tre teste.
Ciacco, faccendiere cortigiano avant-lettre o giullare, cliente dei potenti, personaggio molto in vista nella Firenze contemporanea, città in rovina per superbia, invidia e avarizia. Da nullità qual è, si erge a giudice dei misfatti dei suoi concittadini rivelando a D. che benemeriti fiorentini scontano più gravi peccati, a riprova che saggezza e rettitudine non bastano senza la grazia (aquiniana).
Inferno, canto X Farinata
Erinni e Medusa, Cerchio sesto, Dite: eretici ed epicurei; giacciono in sepolcri infuocati e scoperchiati.
Nel Medioevo i ghibellini erano considerati di costumi liberi perciò considerati epicurei (gaudenti); la confisca dei beni riguardava anche i discendenti: Farinata fu processato già inumato. L'incontro con il capopopolo toscano è simmetrico a quello di Virgilio e Sordello (Purg. VI), nonostante il vivace scambio di battute salaci e comunque D. riconosce l'altezza d'ingegno di quella figura; ingegno che non avendo per oggetto la luce divina è fallace.
Così il materialismo di Guido che «ebbe a disdegno» l'Eneide, cioè il disegno divino: un «ebbe» che getta nello sconforto il consuocero di Farinata, Cavalcante dei Cavalcanti
Inferno, canto XIII Pier delle Vigne
Arpie e cagne, Cerchio settimo, Girone secondo, selva: violenti contro sé stessi e le proprie cose; i primi sono trasformati in piante e tormentati dalle arpie, i secondi inseguiti e dilaniati da cagne nere.
Piero della Vigna, da Capua, fu segretario di Federico II; sospettato di una congiura ai danni dell'imperatore venne imprigionato e fatto abbacinare (il suicidio non appare giustificato). Già si avverte la considerazione di D. per i trovatori siciliani nel modo in cui si esprime la «figura impleta» di Piero.
La sequenza dello schianto-scerpo rimanda: a Polidoro figlio di Priamo in Tracia sulla cui tomba era cresciuta una pianta che sanguinò, strappata da Enea; ad Astolfo allorché Ruggiero ebbe assicurato al mirto l'ippogrifo; a Clorinda (Dafne) che appare a Tancredi in un mirto (?) nella selva di Saron; a Montale, «stecchi» e «serpi», in Meriggiare.
Inferno, canto XV Brunetto Latini
Cerchio settimo, Girone secondo: violenti contro natura; procedono senza sosta nel sabbione rovente.
Brunetto Latini, cancelliere guelfo che dopo Montaperti riparò in Francia, autore del Trésor. Trattato medievale scritto in francese e poi diffuso nel Tesoretto, poemetto in volgare. Proprio la scelta di una lingua straniera lo caccia tra i sodomiti (contro natura). Peccato non troppo grave nel Medioevo.
Brunetto fu l'intellettuale laico, lontano anni luce dal modello dantesco, tutto proteso verso l'esperienza politico-umanistica di elevazione della propria personalità. Ignora la concezione medioevale di Fortuna, Caso e Destino, laddove lo stesso Virgilio dà una spiegazione provvidenzialistica della fortuna.
Personaggio positvo sul piano morale come Farinata, Piero e Ulisse, ma dannato perché incapace (nonostante la propria intelligenza morale) di concepire l'intelligenza divina, fine ultimo di ogni conoscenza.
Inferno, canto XXVI Ulisse
Cerchio ottavo, Bolgia ottava: consiglieri fraudolenti; anime fasciate dalle fiamme.
L'apoteosi del desiderio di «canoscenza» del sensibile (vigilia dei sensi che è del rimanente) che non ammette limiti trascendenti e l'assenza della grazia condannano l'eroe alla dannazione eterna. Secondo diverse ipotesi della critica, l'Ulisse dantesco è (accanto a Diomède) l'ingannatore: di Aiace, di Anténore (furto del Palladio, statua di Pàllade) e dei troiani, dei sudditi facenti parte dell'equipaggio ai quali rivolge l'estrema (e fuorviante, secondo D.) orazione, trascinandoli alla rovina eterna.
Inferno, canto XXXIII Ugolino
Cerchio nono, Cocito, Antenòra: traditori della patria; immersi nel ghiaccio fino al capo. Tolomea: traditori degli ospiti; stesi sotto il ghiaccio.
Il conte Ugolino della Gherardesca fu reggente ghibellino di Pisa, poi passato alla parte guelfa. L'arcivescovo Ruggeri (il cui cranio è dilaniato dall'ira famelica del suo acerrimo nemico con maggiore accanimento che in vita, tanto che le sofferenze infernali sono lieve cosa a confronto) padrone del campo riesce a far imprigionare Ugolino e i suoi figli. Il sogno premonitore del conte, cacciato assieme ai suoi «lupicini» (guelfi) terminerà con l'amaro risveglio nella torre e l'equivoco antropofagico dei figli e dei nipoti, di cui è contrapasso lo sbranamento di Ruggeri.
In Tolomea, frate Alberico rivela a D. il segreto del tradimento: il filo della parca Atròpo si spezza e l'anima precipita all'inferno prima della morte del corpo. D. in cambio non libera gli occhi di Alberico dal ghiaccio.
Inferno, canto XXXIV
Lucifero, Cerchio nono, Giudecca - centro della terra - Natural burella: traditori dei benefattori; coperti dal ghiaccio.
Vexilla regis prodeunt inferni. Il cherubino stella mattutina è un gigante a tre facce (gialla, vermiglia e nera) e tra paia di ali con cui diaccia le sue lacrime. Con ciascuna bocca stritola Cassio (che membruto non era: Longino), Giuda e Bruto.
D. e il suo maestro scivolano lungo il corpo del demonio per ritrovarsi capovolti nella burella che li condurrà sul piano della montagna: di Lucifero ora si vedono le sole zanche.
Purgatorio, canto I Catone
Catone, Piano alla base del monte.
Catone, guardiano di tutto il purgatorio, benché pagano e suicida è difensore della libertà, quella che vanno cercando le anime dei penitenti. Virgilio («Libertà va cercando [Dante], ch'è sì cara/ come sa chi per lei vita rifiuta») lava il volto di D. dalla caligine e dalle lacrime; gli cinge il capo con un giunco, la vegetazione della plaga, in guisa di penitente e la pianticella recisa subito ricresce con stupore di D.
Purgatorio, canto II Casella
Catone, Spiaggia: anime in arrivo.
D. e Virgilio assistono allo sbarco dei penitenti che, guidati da un angelo nocchiero, sono giunti dopo una preliminare sosta alle foci del Tevere; il dettaglio geografico, pur lontano dalla geografia dantesca, sta a simboleggiare il potere spirituale della chiesa romana esteso su ambiti ultraterreni (l'istituzione dogmatica del purgatorio risale al Concilio di Lione del 1274, mentre Paolo di Tarso nei Corinzi aveva parlato solo di ignis purgatorius).
La scena ripete eimmetricamente il traghetto di Caronte, ma i penitenti salmodiano giubilanti all'unisono mentre i dannati gemono ognuno per proprio conto.
Casella, noto cantore suo amico, richiesto da questi intona la canzone seconda del Convivio, 'Amor che nella mente mi ragiona' con grande rapimento dei presenti. Peccaminoso indugio biasimato da Catone che ammonisce le anime a non incorrere nuovamente nel peccato: nella salita verso la beatitudine il rischio è sempre presente.
Purgatorio, canto III Manfredi
Catone, costa del monte: negligenti scomunicati; permangono nell'antipurgatorio un tempo lungo trenta volte quello vissuto nella scomunica.
Di Manfredi scomunicato e contumace, ferito a morte, venne fatto scempio del cadavere e disperso lungo il Liri, ma la sua anima assolta da Dio in extremis. Come per Piero, a Manfredi D. attribuisce la 'figura' del raffinato cantore provenzale. Secondo D. il giudizio della chiesa non è imperscrutabile se Manfredi è lì.
Al commosso ricorso della figlia Costanza, moglie dell'aragonese, Manfredi unisce la richiesta (consueta dei penitenti) di abbreviargli la pena con la preghiera «Ché qui per quei di là molto s'avanza».
Purgatorio, canto V Pia dei Tolomei
Catone, Balzo secondo: morti per violenza; devono restare in antipurgatorio lo stesso tempo passato in vita.
In primo piano la realtà della corporeità, cominciare dall'ombra di D.
1. Jacopo del Cássero, podestà di Bologna, fu ucciso dai sicari di Azzo d'Este in territorio padovano, intrappolato in una palude venne raggiunto e accoltellato «vid'io de le mie vene farsi laco» tradito dalle stesse autorità locali (Anténore= traditore vel padovano).
2. Buonconte di Montefeltro, figlio di Guido, cadde a Campaldino invocando il nome di Maria, sicché la sua anima reclamata da un demonio venne recuperata dall'angelo; scatenata irato il demone una tempesta, il corpo del cavaliere finì disperso in Eremo e nell'Arno.
3. Pia dei Tolomei fu assassinata da un sicario di suo marito «Siena mi fe', disfecemi Maremma». Una preghiera di suffragio è la sua breve richiesta al poeta
Purgatorio, canto VI Sordello
Catone, Balzo secondo: morti per violenza; devono restare in antipurgatorio lo stesso tempo passato in vita.
D. è assediato dai penitenti che hanno realizzato la natura umana del poeta.
Riflessione di D. sulla grazia: rivolgendosi al maestro a proposito di un passo dell'Eneide, D. esprime dubbi sull'efficacia dei suffragi, inserendosi nella disputa teologica aperta da Catari e Valdesi, ma sposando la tesi aquiniana del primato della preghiera (termine che ricorre più volte); Virgilio rimanda la soluzione del problema a Beatrice.
Sordello da Goito, famoso trovatore, meno noto come sgherro di Ezzelino da Romano prima, di Carlo d'Angiò poi. Altero come Farinata, il poeta-soldato abbraccia il suo compaesano Virgilio: l'identità regionale era stato il trait-d'union tra Farinata e D. Il sentimento «nazionale» suscita in D. la dolorosa invettiva contro l'anarchia e la discordia tra i comuni italiani. Questo canto è stato non a caso osannato dalla critica risorgimentale. Sordello li guida nella valletta dei principi. D. si appella ad Alberto d'Asburgo imperatore e lancia l'invettiva contro l'Italia e Firenze.
Purgatorio, canto XIII Sapia senese
Angelo della misericordia, Cornice seconda: invidiosi; addossati l'un l'altro, coperti di cilicio (setole equine), gli occhi cuciti da filo di ferro.
I poeti percepiscono tre voci da altrettante anime invisibili rappresentanti esempi di carità: «Vinum non habent» (nozze di Canaan), «I' sono Oreste» (Pilade e Oreste), «Amate da cui male aveste» (principio evangelico). Gli exempla riguardano la virtù opposta al peccato da espiare in quel girone, ma anche le punizioni inflitte.
D. scorge i penitenti privati dalla luce divina (guardarono troppo alle condizioni altrui), ma alla luce divina promessi, sicché esorta qualche «latino» a mostrarsi e Sapia (salvata da Pettinaio, invidiosa del nipote Provenzano signore di Siena, desiderò la sconfitta dei senesi in Colle Val d'Elsa) gli si fa avanti mostrando grande meraviglia e pentimento, non invidia.
Purgatorio, canto XXI Stazio
Angelo della povertà, Cornice quinta: avari e prodighi; giacciono bocconi a terra, mani e piedi legati recitando il salmo «Adheasit pavimento anima mea».
Incontro con Stazio, considerato da D. alter ego virgilliano (nell'Inferno accennava alla Tebaide e alla Eneide come opere parallele; ma il vero Publio Stazio nacque a Napoli, Lucio Stazio da Tolosa è altri). Stazio è pertanto figura impleta di Virgilio che, cristiano non consapevole, non può ascendere dove può invece può il suo epigono.
Stazio illustra il movimento dell'anima verso la purificazione come atto di volontà che tende a separare l'anima dal talento, cioè dalle inclinazioni terrene. La sua figura è storicizzata poiché non aderì che segretamente al cristianesimo, ma coltivò sempre la ricerca della verità suprema di cui nel Purgatorio è detto teologo. I due latini si abbracciano invano, tanto è la gioia di Stazio coltivata nell'attesa, attesa che D. ha rotto con un sorriso non aspettando altro che svelare l'identità del suo maestro.
Firenze novella Tebe è prefigurazione della città mitica, dalla quale furono banditi Edipo cieco e Antigone così come lo sarà post eventum D. con i suoi figli.
Stazio non è dannato perché riesce a leggere l'Eneide in chiave (provvidenzialistica) figurale. Tuttavia, quale prodigo, ha già scontato cinquecento anni in quella cornice.
Le Parche (Atropòs, Clotho e Lachesi) rappresentano il ciclo vitale, o destino, dell'uomo; figlie della Notte e sorelle delle Erinni (la vendetta).
Delucidazione da parte di Stazio a Virgilio: i frequenti terremoti sono dati dal giubilo del penitente che, al termine dell'espiazione, ascende in cielo.
Purgatorio, canto XXIV Bonagiunta
Angelo della temperanza, Cornice sesta: golosi.
Forese annuncia a D. il destno di Piccarda Donati e poi gli indica Bonagiunta Orbicciani. Questi, predicendogli l'invaghimento per la giovane e bella «femmina» Gentucca quando si recherà a Lucca, nota la differenza ideologico-formale tra i guittoniani e i siciliani da una parte, il dolce stil novo dall'altra: e D. «I' mi son un, che quando/Amor mi spira noto» cioè aderisco ai dettami d'amore.
Forese intanto si accomiata da D. predicendo la rovina del fratello Corso, capo dei neri (gettatosi da cavallo per non cadere nelle mani dei suoi giustizieri nel 1308).
Seguono esempi di gola punita: centauri, ebrei...
Purgatorio, canto XXVI Guinizzelli
Angelo della castità, Cornice settima: lussuriosi; camminano nel fuoco in due schiere opposte.
Tra i lussuriosi contro natura, che si baciano e vanno gridando «Sodoma e Gomorra» ricevendo «Ne la vacca entra Pasifaë», sono presenti Guido Guinizzelli e Arnaut Daniel. Il primo dopo aver lungamente illustrato le radici del peccato di cui è colpevole la sua schiera, si rivela a D. richiedendogli un padrenostro in paradiso anziché nell'aldiquà. D. non ha parole per esprimere la sua gioia: tale a quella dei figli di Isifile nell'atto di liberarla dal supplizio al quale Licurgo l'aveva condannata per la morte della figlia.
L'incontro dei due poeti del «dolce stil novo» è simmetrico a quello avvenuto tra i due latini; Arnaut, «miglior fabbro del parlar materno» parla volentieri a D. nell'idioma provenzale (consueta richiesta: quando il tosco sarà al «som de l'escalina»), lui che è ritenuto superiore a Giraut de Bornelh come Guido a Guittone.
Purgatorio, canto XXX Beatrice
Eden, divina foresta, Lete.
L'allontanamento di Virgilio precipita D. nello sconforto, ma l'apparizione di Beatrice sul carro degli angeli e l'ammonimento della donna a dispiacersi per altro di più grave segna l'inizio dell'ultimo ciclo del viaggio dantesco. Beatrice enumera i peccati di D. e narra del suo ultimo tentativo, dopo quelli fatti sulla terra, di salvare l'anima del poeta, grazie alla collaborazione di Virgilio che lo ha accompagnato lungo il percorso dell'espiazione.
La valenza allegorica di Beatrice si esprime attraverso la situazione narrativa oltreché dalla descrizione della sua apparizione: dentro una nuvola di fiori, su un velo candido, avvolta da un manto verde, vestita di colori di fiamma viva.
Inizia la purificazione di D. attraverso il giudizio cui è sottoposto dalla sua donna (seguiranno Matelda e il bagno nel Lete).
Paradiso, canto III Piccarda
Angeli, Cielo della Luna: anime che non adempirono i voti; appaiono diafane ed evanescenti.
Piccarda, sorella di Forese Donati, di bellezza irriconoscibile, si manifesta a D. sotto forma di immagine riflessa- Lo spaesamento di D. è ricomposto dalla sua guida che lo persuade della realtà di quelle visioni (mito di Narciso). Piccarda, suora nubile, era stata strappata allo stato monacale e data in sposa; morì perciò qualche tempo dopo (circa dieci anni).
Costanza d'Altavilla, già monaca, fu abile politicante procurando a Federico quattrenne il regno di Sicilia nonostante la perdurante opposizione di Tancredi di Puglia. Nonna tanto cara a Manfredi, la sua Costanza fu sposa dell'aragonese, tanto in odio ai guelfi che nella avanzata maternità dell'imperatrice insinuarono l'opera del demonio.
Paradiso, canto VI Giustiniano
Arcangeli, Cielo di Mercurio: spiriti attivi per desiderio di gloria.
Giustiniano, interpellato da D. sul finire del canto precedente, motiva la sua presenza in paradiso con le proprie opere: il Corpus iuris civilis, la lotta al monofisismo (v. Teodora) sotto l'egida di papa Agapito e la riconquista del Mediterraneo e di parte dell'Occidente (con Belisario e Narsete). Continua poi per tutto il canto con la storia dell'impero universale onde condannare le guerre tra guelfi e ghibellini che oscurano la gloria dell'impero stesso.
Paradiso, canto VIII Carlo Martello Angiò
Principati, Cielo di Venere: spiriti amanti.
Incontro con Carlo Martello d'Angiò, re d'Ungheria e futuro mancato re di Provenza, Napoli e Sicilia. D. lo incontrò a Firenze, Carlo cita "Voi che 'ntendendo lo terzo ciel movete" (Convivio, II canz. I).
Carlo fa discendere la mutevolezza della natura umana dall'influenza dei cieli, determinante rispetto ad altri fattori: educazione, condizione personale ecc.; a tal proposito giudica la contemporaneità di D. (Roberto e Luigi d'Angiò e l'avarizia dei catalani) sulla necessità del vivere comunitario insita nella natura umana e sulla differenza che fa l'identità per ciascun essere: Solone, Melchidesec, Dedalo o Serse (paradigma dlla molteplicità delle attitudini dell'uomo).
Paradiso, canto XI Tommaso d'Aquino
Potestà, Cielo del Sole: spiriti sapienti; prima corona di dodici spiriti guidata da Tommaso d'Aquino (canon. 1323).
Secondo la tradizione tardo-medievale D. procede all'accostamento dei deu veri maestri di sapienza divina: san Francesco per l'ardore della carità, san Domenico per la ricchezza della sua dottrina («chi segue la sua regola senza vaneggiare s'impingua di bene»).
Breve storia di Francesco (canon. 1228) che sposa la povertà, rimasta vedova sin dai tempi di Cristo (allegoria della Chiesa), si reca a Roma con i suoi discepoli, poi invano dal sultano, quindi riceve le stimmate.
È il primo dei due canti con il quale si vuole che d. prenda partito nella controversia tra conventuali e spirituali a favore dei secondi.
Paradiso, canto XII Bonaventura da B.
Potestà, Cielo del Sole: spiriti sapienti; seconda corona di dodici spiriti guidata da Bonaventura da Bagnoregio (canon. XV sec?).
Canto speculare al precedente; il francescano ricambia la cortesia al domenicano Tommaso e tesse l'elogio di san Domenico di Guzman (canon. 1234).
La più grande preoccupazione del santo fu quella di restituire vigore alla fede estirpando l'eresia anche con la forza, come difatti si procedette con i valdesi di Alby e Bezières (francescani e domenicani furono entrambi zelanti inquisitori, dopo la procura di Gregorio IX).
Come Tommaso, Bonaventura polemizza con i capicorrente che minano l'integrità dell'ordine di cui fa egli stesso parte: Matteo d'Acquasparta (conventuali), Ubertino da Casale (spirituali).
Paradiso, canti XV-XVII Cacciaguida
Virtù, Cielo di Marte: spiriti militanti per la fede; appaiono luminescenti uniti in forma di una croce.
Trilogia di Cacciaguida, trisavolo di D. e capostipite degli Allagheri (i suoi antenati non li rivela). Investito cavaliere dall'imperatore Corrado III, si distinse in armi perdendo la vita nella seconda crociata per mano dei turchi; il martirio gli ebbe valsa la beatitudine.
Cacciaguida loda l'onestà dei tempi andati contro la corruzione dei tempi attuali in Firenze dovuta: all'espansione territoriale e all'afflusso di gente nova di subiti guadagni, alla progressiva connotazione economico-sociale di stampo marcatamente mercantilistico con conseguente caduta dei valori tradizionali. Esempi di onestà perduta e di decadenza morale (Lapo Salterelli e Cianghella).
Secondo D., che ancora non comprende appieno la portata dell'evoluzione mercantile, il più grave dei mali risiede nello smarrimento degli animi degli uomini di chiesa che non concepiscono il potere imperiale come emanazione di quello spirituale della chiesa (lotte tra Cerchi e Donati).
Cacciaguida, non rappresentando un preciso personaggio storico, assume uno specifico significato figurale in rapporto ai seguenti elementi:
-santità del martirio
-moralità di un passato incorrotto
-nobiltà per diretta investitura imperiale
-predizione del futuro del pronipote quale conscitore dei fatti del mondo.
Cacciaguida è figura dello stesso D., in quanto questi assume su se stesso il modello dell'investitura (divina) a prezzo dell'esilio perché il suo poema sia di redenzione.
Paradiso, canto XXVIII San Pietro
Cherubini, Cielo delle stelle fisse: tronfo di Cristo, Maria e i beati; moltitudine di luci illuminate da un sole con l'immagine di Cristo.
Invettiva di san Pietro, la cui luce trascolora dal bianco (Giove) al rosso (Marte), contro il papato vacante poiché affidato all'indegno Bonifacio. Il papa e i suoi complici hanno ridotto il cimitero di Pietro a cloaca e a nulla è valso il suo sacrificio e il martirio dei suoi successori. Le alte sfere celesti disapprovano che i guelfi, pretendendo di essere i soli depositari della fede, facciano scorrere il sangue di ghibellini fedeli anch'essi.
Lo sguardo di Beatrice dà coscienza a D. dello spazio percorso e lo proietta nel Primo mobile, emanazione della mente divina, che conferisce il moto a tutti gli altri cieli.
Paradiso, canto XXXII San Bernardo
Empireo: candida rosa.
San Bernardo mostra a Dante i beati della rosa.
Coloro che credettero in Cristo venturo (i seggi tutti occupati) e i credenti in Cristo venuto (alcuni seggi vacanti). Personaggi femminili: Maria, Eva, santa Lucia, sant'Anna.
Infanti: contrariamente a quanto afferma Tommaso d'Aquino, D. non concepisce:
-che le anime beate siano restituite, senza riguardo all'età raggiunta al momento della morte, ad una giovinezza immutabile
-che la grazia sia dispensata dal divino in egual misura.
I bambini sono anime innocenti, ma per ottenere la beatitudine devono essere stati sottoposti a circoncisione (dopo Mosè), a battesimo (da Cristo in poi), pena il confino nel limbo dove anche Giovanni Battista vi soggiornò due anni: con i padri della chiesa fu trasferito, alla morte di Cristo, in paradiso