Su Vittorio Sereni

E' ancora possibile la poesia?
Difficile non ricordare le famose Baignades domenicali di George Seurat quando Fortini ci fa notare (p.175) il nesso tardocrepuscolare che unisce Vittorio Sereni alla tradizione vacanziera mediterranea (perciò antiorfica, Schubert stagionale è l'opposto di Wagner orfico, ma non per questo meno illustre) della Poesia italiana; dal Pascoli «rustico» al Gozzano coloniale, al Montale di Monterosso, a Govoni che sceglie di vivere in «un posto di vacanza», gli ultimi anni della sua vita. «Tornerà il caldo», in incipit alla seconda sezione di Un posto di vacanza, funge da bollettino metereologico del poemetto, non senza richiamarci alla mente il verso quinario, analogamente intempestivo, «Verrà l'inverno» di Attilio Bertolucci. E' ancora possibile perciò una lettura di tipo metereo-malinconica della composizione in esame: siamo alla fine di agosto, quasi nel segno della Vergine (doppio femmineo del Capricorno saturnino); non a caso Biancamaria Frabotta ha ipotizzato per quanto riguarda Sereni una produzione melanconico «stitica», atra biliare autunnale, poeta dal respiro corto, «autore di poche poesie» lo definisce Fortini. Ma torniamo al Sereni topico; dice Montale («Corsera», 24/10/65): «Sereni è infatti nato a Luino, e per lui e per pochi altri fu immaginata una 'linea lombarda' o laghista che risalirebbe fino al Parini e che oggi sembra scomparsa o interrotta. [...] Il senso lacustre che avvolge [la Poesia di Sereni] non consente impennate ma conferma le origini e la serietà di un temperamento. [...] Che non si tratti di un semplice neocrepuscolarismo lo confermano le poesie del Diario d'Algeria scritte tra il '43 e il '45. [...] Il giovane poeta esita sulle soglie della poesia in una stagione ingrata che non permette il canto in do maggiore.»

 

Su Italo Calvino

Il Signor Palomar
Mi sembra che Calvino, tralasciando implicazioni neoheideggeriane e neonietzschiane e perciò non in linea con il concetto di postmoderno cui rimandano termini quali complessità e labirinto, punti oltre la semplice ricerca dell' "esser altro da sé" neohegeliana l'oggettività oltre la sua lente-occhio, oltre i suoi occhiali da miope. Egli è convinto dell'autonomia del linguaggio e dell'imperscrutabile verità o oggettività del destino che risiede nella parola sola. In tal modo le serie di boutades organizzate in forma di approccio metodologico appaiono piuttosto degli "esercizi di stile" che sintomi dello scetticismo ironico conseguente alla c.d. "crisi della ragione" [G.VATTIMO "L'Espresso", 27/5/90]."Si deve rinunciare alla totalità, per limitarsi all'osservazione minuziosa del molteplice [...]. Ma senza un referente complessivo, il rischio dell' osservazione minimale è la vertigine del dettaglio, il perdersi nella marea dell'insignificanza." [E.MONDELLO Italo Calvino, PORDENONE Studio Tesi 1990]. Tuttavia secondo Gianni Vattimo , la descrizione micrologica delle cose rivela piuttosto un nuovo significato dell'atteggiamento analitico di Calvino: la ricerca di obiettività (dell' "essere altro" che ha preoccupato generazioni di filosofi) è solo un esercizio di ascesi; l'esplorazione ideologica del reale è permessa esclusivamente attraverso la microanalisi del linguaggio e delle parole: "Rispetto ad una realtà sempre sfuggente non si può aver alcun atteggiamento se non quello di porsi continue interrogazioni, dedicandosi alla conoscenza di se stesso, esplorando la propria 'geografia interiore'" (Mondello) e "Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quello che c'è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile" (Palomar p.51).

 

 

Su Gianni Celati

La terapia delle apparenze
Nella foto di copertina Luigi Ghirri ha elaborato la mancanza di dettagli del paesaggio abbassando al minimo la soglia d'intensità del "testo fotografico"; il soggetto sottrae intensità cromatica allo sfondo: la figura in primo piano è a colori ma i colori sono quelli della terra (giacca) e degli alberi (pantaloni) [cfr. Celati, Finzioni a cui credere "Alfabeta" 63,1984]: il primo racconto dei Narratori delle pianure è qui, nella foto di copertina. Apprendiamo dallo stesso Celati, nell'intervista a un quotidiano [cfr.Terrone, "Nuova Corrente" 97, 1986 p.103], che questo romanzo nasce nell'intento di dare delle descrizioni ambientali a corredo del lavoro di un gruppo di fotografi. La presenza di un io autobiografico in Storia di un apprendistato non tradisce il programma minimo: la didascalia è quella del diario di viaggio dell'autore in America. Denso di relazioni padano-americane appare il romanzo di Celati (ha insegnato letteratura americana a Bologna e nel racconto sopra citato non disdegnerebbe un incarico di docenza universitaria nei pressi di L.A.). Nel momento in cui la narrazione si sposta in quei luoghi "mitici" ci si attenderebbe una descrizione più intensa, più rispondente all'immaginario topico collettivo -basti pensare alla Sicilia "mitica" vittoriniana, alla Toscana di Cassola, alle Langhe di Pavese-; invece il "fotografo" continua a fare click sul paesaggio della propria memoria delle pianure «La sua nuova casa aveva un cancelletto davanti, e oltre il cancelletto di legno un prato arrivava fino alla strada. Il paesino aveva otto strade asfaltate e duecentoventi abitanti d'età media sui sessant'anni» [Storia di un apprendistato p.34]. Viceversa oggetti e elementi del paesaggio padano assumono sembianze d'oltreoceano: il "grande fiume" della Padania si presenta sotto le spoglie di un improbabile Mississippi. Il richiamo alla contemporanea corrente minimalista newyorchese non ci aiuta se non ad avvicinare il "nostro" alle esperienze neoavanguardiste in madrepatria: «"Merda", dico, che poi non va mica bene, a dirla, la merda. E pesto i piedi, che la grandine che c'è per terra si schizza tutta intorno. E pesto, e pesto.» appunto il Capriccio italiano [Sanguineti, MILANO 1963-19873]. Più illuminante appare un parallelo con l'arte figurativa (tenuto conto della funzione illustrativa delle storie narrate) degli anni Sessanta-Settanta, dagli happenings di Kounellis e Pistoletto al Nouveau realisme di Yves Klein (sudari) a Hockney all'iperrealismo Sharp focus di Wesselmann ("Playboy"); mero réportage di fatti senza interesse questa è la sola arte -fatta salva la liceità dell'uso di questo terminecui Celati ci autorizza a "credere" in Narratori delle pianure. A pag.8 della presente edizione è disegnata una mappa ad illustrare il percorso narrativo nella sua totalità «...come nel classico romanzo poliziesco come se Celati ci volesse offrire lo spaccato di un "luogo del delitto"» [Tani, Il romanzo di ritorno, MILANO, Mursia 1990, p.116]». La bidimensionalità della mappa del romanzo si articola negli itinerari circolari di ogni singolo racconto. In Ragazza giapponese l'omonima modista cosmopolita, si sposta più volte da N.Y. a L.A. per approdare infine alla provincialissima Bollate -con un immaginabile disagio logistico e senza una ragione plausibile fino a tal punto (i suggerimenti di un consigliere zodiacale)-; nel quinto racconto Storia di un apprendistato, il narratore-flâneur dopo una parentesi a L.A. approda ad Alden, Kansas, ma potrebbe essere un qualsiasi paese della Padania e la descrizione del paesaggio resterebbe immutata, come abbiamo visto; l'itinerario si conclude infine a Piacenza. Inversamente accade anche che ne Il ritorno del viaggiatore e in Giovani umani in fuga i tracciati narrativi si sovrappongano percorrendo parte dell'itinerario complessivo del romanzo. In entrambi i racconti i protagonisti vagano incerti per luoghi sconosciuti ma in direzioni opposte: il viaggiatore intraprende un presunto viaggio erratico (non iniziatico) alla ricerca delle radici materne «a metà strada tra il polo nord e l'equatore» [p.110], i giovani in fuga non ricercano che l'anonimato. Entrambi i protagonisti di questi ultimi racconti sono sprovvisti della fatidica "cartina stradale" che ristabilisca la distanza naturale tra reale e ignoto. «...[L]e apparenze, che sono il supporto della rappresentazione esterna, ci stanno a cuore più d'ogni interpretazione complessiva del mondo: infatti sono tutto ciò che abbiamo per orientarci nello spazio» [Celati, Finzioni a cui credere, "Alfabeta" 63,1984]. Vero, ma Celati riconosce anche la mappa o cartina stradale quale elemento di ri-ordine dello spazio, di salvazione contro il caos labirintico degli «spazi emarginati o semplicemente ignorati dalla memoria-tradizione» della storia [Celati, "Il Verri" 12, 1975, p.14]. Il testo non consente letture anagogiche o metaforiche, è privo di qualsiasi profondità espressiva, «le apparenze [...] ci stanno a cuore più d'ogni interpretazione complessiva del mondo: infatti sono tutto ciò che abbiamo per orientarci nello spazio» [Celati Finzioni a cui credere, "Alfabeta" 63,1984]; ma ciò salvaguarda la fedeltà della traduzione generazionale del racconto orale, delegittimando il ruolo dell'autore a favore di quello di semplice fedele antologista. Questi non intende in tal modo proporre una versione sbiadita dell'io, come è nel suo stile understated, piuttosto esperimenta un'oggettività minima che non lascia spazio al soggetto; un sistema di «[...] pensiero [questo,] che rifiuta di imporsi sulla realtà e tende a stabilire con essa un più cauto rapporto ermeneutico [...] che procede per tentativi ed errori, [...] che tende a considerare errore la certezza, ingannevole il ritenere di aver compreso» [F.Crespi in AA.VV. Il pensiero debole a cura di G.Vattimo e P.Rovatti, Milano 1983-19908] Dice Celati [p.79]: «I raccontatori di storie [...] non inventano quello che vogliono, devono attenersi a quello che dice la storia. E a un raccontatore non si può chiedere "Ma è vera la tua storia?" [...], perché sarebbe una grande offesa». In questo senso, l'analisi dei personaggi risulta inevitabilmente ridotta alle manifestazini più esteriori dell'io quotidiano. Semplici arredi permanenti di spazi spesso ostili, "ecologicamente assassinat[i]" [Tani]. In questi automi, provinciali o metropolitani, si diffonde l' orrore labirintico determinato dallo spaesamento, delle concentrazioni industriali in aree rurali vaste e disordinatemente popolate nei primi, delle concentrazioni urbane in aree satelliti estremamente circoscritte nei secondi. Luoghi senza memoria, dove l'unica archeologia possibile è quella, remotamente postmoderna, dei personaggi descritti: uomini-oggetto immobili, nature morte, Body Art. La lingua dei Narratori delle pianure è un idioletto astratto che esprime, ad un tempo, l'assenza di asperità e di colore, l'omogeneità nebulosa del paesaggio e la degradazione ecologica e delle relazioni sociali -ridotte alla ripetitività delle apparenze-. Se da un lato il referente linguistico risulta sensibilmente affievolito, il valore simbolico pressoché nullo, il dettato narrativo nella sua totalità, come strumento espressivo dell'indicibile, recupera quella valenza metaforica obliterata dalla vuotezza delle singole locuzioni. La cronaca spoglia di un universo anch' esso deserto è diretta con maestria iperrealista, nonostante l'uso spesso infelice, talvolta irritante, delle tautologie («[...] il gestore di quello stanzone adibito a ristorante, un ex professore di musica, ha suonato in suo onore col violino la canzone francese intitolata "La vie en rose"» [Storia di un apprendistato] e «Correndo per le campagne buie i quattro si sono accorti che avevano fame, perché non mangiavano da molto tempo» [Giovani umani in fuga p.144]), dei participi e degli imperfetti, indici grammaticali di un modo narrativo panoramico [West "Nuova Corrente" cit.p.71], con la totale rimozione del discorso diretto (che pure fu caro al suo archetipo sanguinetiano). A riprova dell'assoluta rispondenza polemica della lingua celatiana ai modelli del più deteriorato comunicare, citerei ancora un episodio di demagogia spicciola ma paranoide accaduto oggi nell' edizione delle ore tredici del telegiornale della seconda rete R.A.I.; in una delle frequentissime apparizioni al tg citato, l'on.Craxi così testualmente si esprime: «Abbiamo bisogno di una buona riforma sanitaria, non di una cattiva riforma sanitaria, di una buona riforma sanitaria». Lo scarto linguistico è inesistente in quanto il parlato assolve adeguatamente all' auto da fé in una narratività primordiale celebrato dall'autore nelle composizioni esaminate. Molta critica pone l'accento sulle sue ascendenze "comiche", non a torto, anzi, siamo concordi nel sottolineare un'evoluzione in direzione più sottilmente defilata, cioè humour del discorso celatiano («I quattro [...] fuggivano sempre tremando per circa un'ora» [Giovani umani in fuga p.142]; qui Celati definisce nell'unità temporale tanto un dettaglio dell'azione nello spazio, quanto la durata di uno stato emotivo. Non è infrequente, nel corso del romanzo imbattersi in personaggi che, operando scelte tanto drastiche quanto intempestive, recuperano negli otia letterari il senso esclusivo di una vocazione ormai smarrita nell'incomunicabilità, nell'omologazione delle convenzioni, nei riti cerimoniali del più brutale apparire; finiscono per trascurare persino la propria sopravvivenza («C'era uno studente di Parma che una volta ha letto due romanzi di Knut Hamsun e subito dopo s'è messo a scrivere racconti di notte [...] è partito per le Cévennes e s'è accampato con una tenda in una grotta tra le montagne» [Parabola per disincantati pp.54-55] e «Avendo evidentemente smesso del tutto di nutrirsi [...] e prolungato il digiuno per settimane, quando veniva ritrovato morto nella sua biblioteca [...] era già identico a uno scheletro» [Idee d'un narratore sul lieto fine, p.59]). Jean, scrittore affermato, di fronte alla irreversibile mutevolezza del sensibile -è appena l'inizio del terzo millennioscopre il destino universale che è solo della/nella parola scritta e guarisce dall'assuefazione narcissica da immagini la bella Claire Tournaire, sua ex compagna: «credevo nel potere taumaturgico del racconto» [dal film: Until The End Of The World di Wenders]. Il protagonista di Storia di un apprendistato (solo alla fine apprendiamo che si tratta dello stesso Celati) soffre per la perdita di una visione unitaria e totalizzante delle cose, di fronte all'ingannevolezza dei segni del mondo. La sua malattia "oscura" si manifesta repentinamente e ad intervallli temporali esatti -una certa ora del giorno in qualsivoglia circostanza (come nel film di Wenders). In poche ore decide di indicare una nuova direzione al corso degli avvenimenti futuri: si trasferisce presso una famiglia di metodisti nel Kansas e, investito letteralmente dal calore umano che alimenta le relazioni della comunità di cittadini -di cui fanno parte i suoi prodighi ospiti-, scopre "il valore delle apparenze" «Andando in chiesa cercava di dimostrare che capiva il valore delle apparenze» [Storia di un apprendistato p.35]. Questa auto-terapia intensiva consente al protagonista di superare l'impasse gnoseologica della sua Bildung californiana; non siamo autorizzati a legger nella guarigione del protagonista un dato autobiografico, peraltro non necessario alla nostra analisi. Uno dei precetti di un eventuale codice delle apparenze è quello di non analizzarle come "significato" ma come "effettualità" «...finzion[i] a cui è necessario credere». La ricerca di senso -rimozione di senso globale in Celati si svolge tutta nell' "inesauribile superficie delle cose" (Calvino); consiste nel "[ri]organizzare l'esperienza" (Celati) del sensibile ogni qualvolta si muti punto di osservazione. Gli esiti narrativi sono ben visibili: gli accadimenti sono registrati senza contaminazioni emozionali, le interferenze del caso turbano la causalità degli eventi. Ma la neutralità dello scrittore di didascalie non consente ripensamenti: l'effettualità ordinata nella memoria dell'individuo e già, di per se stessa, finzione «...gli era venuto in mente di sapere cos'è la vita: una trama di rapporti cerimoniali per tenere insieme qualcosa d'inconsistente» [Storia di un apprendistato p.35]. La verità è forse gelosamente custodita in qualche remoto iperuranio della fantasia di Gianni Celati, ma questo non ci è dato sapere: «Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze» [Wilde, The Picture of Dorian Gray].

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Citazioni
«L'umorismo è anche il prodotto della forza livellatrice del linguaggio che non privilegia alcun evento né sopra né sotto gli altri» [Boselli, Finzioni di superficie "Nuova Corrente" 97, 1986 p.86]

«Questi racconti di superficie richiederebbero un lettura pure di superficie, [...] evita[ndo] l' 'antica profondità del discorso» [Boselli, p.87] «...le apparenze, che sono il supporto della rappresentazione esterna, ci stanno a cuore più d'ogni interpretazione complessiva del mondo: infatti sono tutto ciò che abbiamo per orientarci nello spazio» [Celati, Finzioni a cui credere, "Alfabeta" 63,1984].

«la Padania [...] appare in veste di carta geografica [...una] mappa quindi, come nel classico romanzo poliziesco, come se Celati ci volesse offrire lo spaccato di un "luogo del delitto" che ormai non può essere altro che il luogo banale e piatto (ed ecologicamente assassinato) di un qualunque vivere quotidiano» [Tani, Il romanzo di ritorno, MILANO, Mursia 1990, p.116]

«...le apparenze, che sono il supporto della rappresentazione esterna, ci stanno a cuore più d'ogni interpretazione complessiva del mondo: infatti sono tutto ciò che abbiamo per orientarci nello spazio»[Celati, Finzioni a cui credere, "Alfabeta" 63,1984].

«Andando in chiesa cercava di dimostrare che capiva il valore delle apparenze»
e «gli era venuto in mente di sapere cos'è la vita: una trama di rapporti cerimoniali per tenere insieme qualcosa d'inconsistante» [Storia di un apprendistato p.35]