Le tesi di Lenin
In Russia il governo repubblicano aveva proseguito la guerra e non aveva
attuato nessun provvedimento favorevole ai contadini. Lenin, giunto a
Pietrogrado nell'aprile del 1917, propose allora un programma rivoluzionario:
sostituzione della repubblica parlamentare con una repubblica di Soviet di
operai e contadini; controllo dei Soviet sulla produzione e ripartizione dei
beni; rilancio dell'internazionale su una piattaforma rivoluzionaria. A esso si
opposero però socialrivoluzionari e menscevichi. Il fallimento di
un'insurrezione a Pietrogrado costrinse Lenin a rifugiarsi in Finlandia, mentre
si formava il governo Kerenskij col programma di continuare la guerra. Ma
Kerenskij fu attaccato da destra dall'esercito. Ci fu un tentativo di colpo di
stato da parte del generale Korlinov e i bolscevichi ebbero una funzione
decisiva nello sventarlo, con il pieno appoggio della classe operaia. In questo
modo poterono conquistare la maggioranza nei più importanti Soviet.
Nell'ottobre Lenin tornò a Pietrogrado e pose la questione del potere.
La rivoluzione d'ottobre e la dittatura del proletariato
Nella notte dal 6 al 7 novembre (24 e 25 ottobre, secondo il calendario russo)
i bolscevichi occuparono i centri nevralgici dello stato e s'impadronirono del
potere. Il nuovo governo avviò trattative di pace. Abolì poi con
un decreto la grande proprietà fondiaria e con un altro affidò
agli operai il controllo delle industrie. Ma le elezioni alla costituente
diedero la maggioranza ai menscevichi. Alla forma di democrazia che si
esprimeva nella costituente, Lenin contrappose allora la dittatura del
proletariato. La costituente fu sciolta e la direzione del paese fu assunta dal
partito, estremamente centralizzato e disciplinato.
Uscita dalla guerra e tentativi controrivoluzionari
Mentre intorno alla Russia le potenze dell'Intesa formavano un "cordone
sanitario", cadevano per i bolscevichi le illusioni di diffondere la
rivoluzione in tutta l'Europa. Lenin allora accettò le durissime
condizioni di pace che furono imposte alla Russia col trattato di Brest-Litovsk
(marzo 1918) e rivolse tutte le forze alla situazione interna. Kerenskij,
fuggito al momento della rivoluzione, aveva dato inizio alla guerra civile.
L'Armata rossa, organizzata da Trotzkij, riuscì, dopo lotte assai aspre,
a battere sia i seguaci di Kerenskij e le truppe ancora fedeli allo zar, sia
l'opposizione interna, che trovò la più acuta espressione nella
rivolta dei marinai di Kronstadt.
La NEP di Lenin
L'attenzione di Lenin potè allora andare alla situazione economica. Nel
corso della guerra civile c'era stato il "comunismo di guerra"; quando essa
ebbe fine, il governo dell'URSS diede l'avvio alla politica della NEP (col
ritorno della moneta come mezzo di scambio e parziale ricostituzione della
piccola industria privata).
Stalin e la pianificazione economica
A Lenin, morto nel 1924, successe Stalin, il quale elaborò la teoria e
persegui l'obiettivo della costruzione del socialismo in un solo paese: in
Europa infatti i partiti comunisti nazionali, nati dalla scissione dei partiti
socialisti e raccolti nella Terza internazionale, non erano riusciti ad avviare
un processo rivoluzionario internazionale. A Stalin si contrappose Trotzkij con
la teoria della "rivoluzione permanente". La lotta all'interno del partito
bolscevico fu estremamente aspra e alla fine Stalin prevalse, servendosi della
persecuzione più violenta e del terrore contro gli oppositori. La NEP,
se aveva giovato alle campagne, aveva prodotto gravi tensioni nelle
città e tra gli operai. Stalin decise allora di passare a una politica
di rigida pianificazione. Essa diede importanti risultati sul piano
industriale, dove si ebbe un eccezionale sviluppo della produzione, ma ebbe
gravi costi sociali nelle campagne, con 'eliminazione, cioè con lo
sterminio dei kulaki (contadini ricchi e medi). Il processo
d'industrializzazione fu portato avanti a marce forzate, mentre l'agricoltura
veniva organizzata in aziende collettive, spesso contro la volontà dei
contadini. Alla rigidità della pianificazione corrispose una sempre
maggiore centralizzazione del potere e l'eliminazione, da parte di Stalin, di
tutti gli oppositori.
La politica interna diventò ancora più dura, quando, con la conquista del potere da parte di Hitler, vennero a terminare le buone relazioni che l'URSS era riuscita a stabilire con la Germania. La Terza internazionale, nata come organismo in cui i comunisti di tutto il mondo avrebbero dovuto avere un'eguale influenza, risentì sempre più fortemente dell'egemonia dell'URSS e delle sue esigenze politiche. Si ebbe così una linea che oscillò dal "fronte unico" con i partiti e sindacati socialdemocratici alla lotta contro quello che fu definito il "socialfascismo", e infine, con una nuova svolta, alla tattica dei "fronti popolari", quando apparve evidente che il maggior pericoo era ormai costituito, in Europa, dal fascismo e dal nazismo.